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Gli acufeni 20/10/2016

Viene definita acufene una percezione acustica non organizzata, ovvero non realmente prodotta da alcuna sorgente sonora né all’interno né all’esterno del corpo. Con questa definizione, si vuole distinguere il disturbo dell'acufene dai rumori fisiologici o da quelli causati da condizioni patologiche all’interno del corpo stesso e anche dalle allucinazioni uditive. Nello specifico, dato che la percezione uditiva è da considerarsi come un segnale proveniente dal cervello che non è in grado di percepire direttamente suoni, luci o altri segnali nella loro forma originaria, ma solo come segnali bioelettrici derivanti dalla conversione operata da specifici recettori - le cellule ciliate cocleari dell’orecchio interno (coclea) - l’acufene è da definirsi piuttosto come un segnale bioelettrico che si origina in qualche punto del canale uditivo capace di produrlo, come l’orecchio interno, il nervo acustico o le vie uditive centrali.

Un rumore fastidioso all’interno dell’orecchio

Chi soffre di acufene, lo descrive come un rumore fastidioso, spesso anche molto intenso, che si percepisce a uno o a entrambi gli orecchi o, più genericamente, all'interno della testa. Questi “rumori” sono in genere percepiti come dei fischi sottili dalla frequenza acuta (molti li paragonano al suono di una pentola a pressione) o come ronzii e dunque dalla frequenza più grave (simili al rumore del mare o a un ronzio elettrico). La percezione di chi è affetto dal disturbo non è sempre la stessa; in certe occasioni l’acufene si avverte come un suono variabile e diffuso su tutte le frequenze dell’udibile: è simile a un cinguettio, al frinire delle cicale o dei grilli o è equiparabile a un cigolio. Altri pazienti descrivono un “rumore” pulsante come il battito del cuore oppure intermittente come una sorta di scatto meccanico.

In merito, invece, alla sua intensità, va specificato che pur essendo un parametro misurabile con prove audiometrie di acufenometria, la cosa più importante da considerare è come viene percepito a livello soggettivo e dunque il disagio che provoca alla persona che ne soffre. Un acufene definito dalle prove audiometriche di lieve entità può essere, viceversa, percepito come estremamente fastidioso, fino a diventare insopportabile tanto da peggiorare in modo netto la qualità della vita provocando difficoltà a svolgere le normali attività quotidiane. Il disturbo è quindi definibile non come una specifica malattia, bensì può essere valutato come sintomo di altre patologie non necessariamente appartenenti alla sfera acustica. Nella maggior parte dei casi, esso è di tipo soggettivo, ovvero il suono può essere percepito solo da chi ne è colpito e, in questo senso, può considerarsi un suono “fantasma”. Sono pochissimi i casi in cui gli acufeni possono considerarsi suoni oggettivi, vale a dire ascoltabili anche da un esaminatore esterno. In questa rara evenienza, si può anche aggiungere che gli acufeni oggettivi vengono prodotti da un movimento meccanico all’interno del cranio o nel distretto cervico facciale. Alcuni esempi sono le piccole contrazioni cloniche di alcuni muscoli o la rumorosità del flusso sanguigno nelle arterie.

A volte può dipendere dall’uso di specifiche sostanze

Una minima variazione di funzionalità può giocare un ruolo, seppur momentaneo, sull’intera catena delle vie uditive. Come conseguenza di un trauma acustico, o l’età, o infezioni virali, tossicità ai farmaci, o una storia familiare di sordità può accadere che in piccole porzioni di coclea (una componente dell’orecchio interno composta da una spirale ossea collegata a un canale cocleare contenente i liquidi cocleari) le cellule ciliate (quelle all'interno della coclea) possano venire a mancare. Questa condizione, unita a un malfunzionamento di una piccola zona di cellule ciliate, può dare origine a uno scompenso che si trasforma in un acufene.

È dunque proprio dalla coclea che gli acufeni tendono a “prendere il via”. Un’area in cui una sofferenza, anche di lieve entità, può dar luogo a una piccola lesione che, a sua volta, può indurre uno sbilanciamento dei nuclei nervosi e quindi causare l’insorgere dell’acufene.

L’acufene dunque può originarsi a seguito di malattie comuni dell’orecchio come infezioni virali o batteriche, otite, otosclerosi, timpanosclerosi e, come detto, sordità genetiche. Possono contribuire al manifestarsi del disturbo anche altri malfunzionamenti, quali problemi di articolazione cervicale o temporomandibolare o di postura, problemi all’orecchio medio e problemi odontoiatrici.

Alcuni studi scientifici chiamano in causa anche gli effetti tossici di determinati farmaci, tra cui quelli di uso comune come l’aspirina (acido acetilsalicilico) e alcuni antibiotici (aminoglicosidi). Esistono poi anche altre sostanze che possono causare l’acufene: diuretici dell’ansa (furosemide, acido etacrinico), chinino, indometacina, carbamazepina, tetracicline, litio, antipsicotici, antidepressivi triciclici, inibitori delle monoamine ossidasi, antistaminici, farmaci bloccanti i recettori beta-adrenergici, anestetici locali, steroidi, caffeina e alcol. In questi casi il disturbo può essere reversibile sospendendo il farmaco o la sostanza che l’ha generato. I meccanismi con cui queste sostanze inducono l’acufene non è del tutto noto, ma si ipotizza che quelle che lo determinano agiscano a livello della coclea, mentre quelle che causano solo l’acufene colpiscano i nuclei uditivi tronco-encefalici.

Alcuni ricercatori indicano tra le possibili cause, scatenanti o predisponenti al disturbo, composti chimici di uso comune contenuti in determinati alimenti. Si tratta in particolare degli edulcoranti impiegati come sostituti degli zuccheri e degli esaltatori di sapidità come i glutammati che, anche senza saperlo, vengono introdotti ogni giorno nell'organismo attraverso cibi e bevande.

Va aggiunto che il corpo produce sostanze normalmente utilizzate dall’orecchio per svolgere le sue funzioni fisiologiche ma che, in condizioni di stress acustico o psicofisico, possono diventare lesive per l’orecchio stesso. In questo caso si parla di “eccito-tossicità”. L’esperienza clinica mette infatti in relazione l’elevata frequenza con cui i pazienti riferiscono l’insorgere dell’acufene in concomitanza o a seguito di un periodo di forte stress o intense emozioni. Inoltre l’orecchio può essere vittima di patologie “autoimmuni” che spesso si manifestano anche con acufeni.

Se nella maggior parte dei casi è l’orecchio a generare il suono dell’acufene, il suo mantenimento avviene ad opera del cervello che ha la capacità di adattarsi e modificarsi. Nel caso dell’acufene i centri nervosi superiori sviluppano un’attenzione selettiva a questo suono e sembra che lo facciano proprio autogenerandolo e facendolo continuare a percepire anche se la causa di partenza è stata rimossa. Ne consegue che se il sistema uditivo “si sbilancia” e genera l’acufene e il cervello lo segue, non significa che si è in presenza di una condizione irreversibile, perché proprio il sistema uditivo stesso e il cervello sono in grado di riequilibrare gli scompensi sfruttando la peculiare caratteristica di plasticità del cervello.

L’approccio terapeutico

Una volta accertata o quantomeno ipotizzata l’origine dell’acufene, si può pensare a valutare le possibilità di intervento terapeutico finalizzato ad alleviarne i fastidi che essa provoca. A prescindere dalla causa del disturbo, nella maggior parte dei pazienti c’è una forte predisposizione ad avere manifestazioni ansiose e un’attenzione esasperata alla propria condizione. È ormai assodato che nei soggetti ansiosi il disagio provocato dall’acufene tende ad acuirsi.

Per mettere a punto una cura il più possibile efficace gli esperti tengono presente che l’acufene è un disturbo multifattoriale così che devono strutturare una terapia il più possibile “cucita addosso” alla persona e che si avvalga di cure combinate.

I farmaci

Non esistono farmaci specifici per la cura dell’acufene, trattandosi di un disturbo che si manifesta in modo diverso da persona a persona. Sembra che la lidocaina, somministrata per via venosa, possa “mettere a tacere” l’acufene ma solo in modo temporaneo (ed è sconsigliabile l'uso, vista la tossicità del farmaco). I farmaci, piuttosto, possono intervenire sulla componente ansiosa del paziente, tanto che la comunità scientifica definisce buoni i risultati di attenuazione del disturbo in soggetti trattati con benzodiazepine anche se, secondo alcuni studi, l’impiego di questi rimedi andrebbe limitato nel tempo perché alla lunga possono interferire con la capacità del cervello di adattarsi all’acufene. Le attuali sperimentazioni riguardano preparati che agiscono sui mediatori chimici contenuti nelle cellule nervose dell’orecchio interno e su farmaci che intervengono sui centri corticali tendendo a bloccare la percezione dell’acufene.

Terapia psicologica

In molti Paesi europei si è puntato piuttosto a un intervento di tipo psicologico mettendo in campo più esperti (psicologici, psichiatri, coach, counsellor eccetera) e utilizzando la terapia cognitivo- comportamentale, ovvero basandosi su tecniche di rilassamento e sulla ristrutturazione cognitiva dei pensieri disfunzionali. I risultati sono buoni e hanno dato esiti ancora migliori in pazienti che hanno ricevuto un trattamento combinato di terapia cognitivo-comportamentale alla TNT (Tinnitus Retraining Therapy, vedi più avanti). In questo modo si agisce sullo stile di pensiero, sulle emozioni e sui comportamenti associati all’acufene.

Terapia del suono

Uno dei primi interventi terapeutici utilizzati per l’acufene è stato il mascheramento del suono. In questo modo si cerca di distrarre il paziente dall’ascolto del fastidioso ronzio o fischio. In più, esperti australiani e americani hanno proposto ad alcune persone colpite dal disturbo un sistema integrato di terapia che impiega sia la stimolazione acustica con musica filtrata a seconda della perdita di udito sia il counselling. Si tratta di una delle frontiere più promettenti della ricerca in questo campo.

La stimolazione magnetica transcranica ripetitiva

La neuromodulazione dell’acufene è un tipo di terapia attualmente ancora in fase di sperimentazione. Si basa sull’erogazione di campi magnetici a livello della corteccia cerebrale e in particolare nelle aree che risultano essere attivate dall'acufene. Sinora si parla di efficacia nel 50% dei pazienti su cui è stata testata. Altra terapia allo studio è la stimolazione elettrica della corteccia uditiva mediante l’impiego di elettrodi posti direttamente sulla corteccia o sulla dura madre. Al momento i risultati sembrano essere molto incoraggianti.

Il neurofeedback

Si tratta di un metodo applicato su soggetti selezionati che sembra contribuire in maniera sensibile alla riduzione dell’acufene. Il metodo ha lo scopo di insegnare al paziente a modificare il livello della propria attività cerebrale e organica tramite l’autocontrollo. La tecnica prevede la registrazione dell’elettroencefalogramma o di parametri fisiologici quali il livello di “allerta o stress”. Una macchina lo converte in un segnale sonoro o visivo percepibile dal paziente che può riuscire a modificare le sue reazioni in senso positivo.

La TRT (Tinnitus Retraining Therapy)

Sin dai primi anni ’90 per i pazienti affetti da acufene si propone la terapia di riallenamento o di riprogrammazione dell’acufene, che sembra portare buoni benefici. Questo tipo di terapia è basato sul modello neuropsicologico ideato e messo a punto dal neurofisiologo polacco Pawel J. Jastreboff, docente alla Emory University di Atlanta (USA), secondo cui tutti i segnali presenti nelle vie uditive sono sottoposti a un filtraggio prima di giungere allo stato di coscienza. Le reti di neuroni responsabili del filtraggio sono poste a livello dei centri nervosi sotto corticali e si comportano come veri e propri filtri attivi programmabili, ovvero ciascun segnale viene sottoposto a un’attenuazione o amplificazione prima di essere inviato al cervello e dunque percepito dalla corteccia del cervello stesso. Se l’acufene, uno dei vari segnali, viene considerato pericoloso per la salute scatta un condizionamento negativo che attiva un meccanismo di allarme a livello del sistema limbico, con il risultato di amplificare al massimo la sensazione fastidiosa di rumore, fruscio o ronzio per consentire al sistema nervoso autonomo di mettere in atto tutte le contromisure necessarie a sfuggirne e alla corteccia cerebrale di rendere ben evidente l’acufene stesso. Si tratta, però, di una reazione inutile, dato che l’acufene in sé non è pericoloso per la persona.

Uno degli elementi fondamentali della TRT è il cosiddetto “arricchimento sonoro” cui il soggetto deve essere sottoposto per la maggior parte della giornata e anche durante il sonno. Questo tipo di stimolazione viene erogata da piccoli generatori di suono indossabili o da apparecchi acustici speciali - in caso di sordità - oppure da generatori ambientali. Va specificato che la stimolazione non interferisce in alcun modo con le normali attività quotidiane in quanto si tratta di un’energia sonora molto leggera e assolutamente priva di effetti collaterali.

Questa terapia deve, a ogni modo, essere prescritta, impostata e seguita nel tempo dal personale medico e tecnico esperto in materia. Il processo di adattamento sino a 12-18 mesi, duranti i quali l’acufene progressivamente diventa meno fastidioso, anche se può essere ancora percepito con le stesse caratteristiche di prima di iniziare il trattamento. Nelle fasi successive, poi, l’acufene tende a diventare un elemento di sottofondo sonoro delle normali azioni della giornata. 

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